Thursday, July 06, 2006

La politica non può abolire i privilegi

Riflessioni di Nereo Villa
sullo scritto di Maurizio Blondet “Tassisti, i nuovi kulaki”
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1267&parametro
Qualsiasi azione compiuta da tutta la classe politica (che considero delinquenziale a partire dalla fondazione di Roma, jure, civis romanus, dal ratto delle Sabine, di fratricidio di Romolo, e perciò anticristiana ad oltranza) non può che avere in sé iniquità furbesca che offende qualsiasi essere, degno di essere umano.

Pur condividendo le affermazioni contro i privilegi politici contenute nello scritto di Blondet, “Tassisti, i nuovi kulaki” (
www.effedieffe.com), vorrei considerare le liberalizzazioni attuate dal ministro Bersani da un punto di vista più ampio. Mi pare infatti che l’azione di Bersani, pur essendo incompleta, primitiva e di parte, dato che esclude poteri e categorie certamente molto più forti di quelle considerate, vada vista più che altro come un’azione indicante una direzione, che necessariamente però sarà quella del futuro.
Non sarò certo io il difensore della sinistra o delle cooperative rosse, sotto le quali purtroppo ho lavorato, e sotto le quali ho visto infamie e ingiustizie degne dei peggiori padroni capitalisti marci e sfruttatori.
Ciò nonostante occorre, a mio parere, andare nella direzione che Bersani molto timidamente e certamente con molto spirito di parte ha preso. E non si tratta di parlare di Bersani, di Prodi, o di qualcun altro ancora. Si tratta di vedere che il mondo è in un certo senso “obbligato” ad andare verso la libertà, anche se può fare paura. L’uomo non vi è abituato, essendo purtroppo ancora oggi in schiavitù, soggiogato dal bisogno di lavorare per mangiare. Gli stessi politici non hanno, secondo me, il potere reale di cambiare le cose, e ridurre i privilegi, essendo anch’essi pedine di “signori” che hanno più poteri di loro. E ciò dura dal 1694, anno di fondazione della banca d’Inghilterra.
Credo che il vero potere di cambiare le cose ce l’hai tu che stai leggendo.
Per accorgertene, basta non dimenticarsi di pagine della storia relativamente recente, e percepire come già all'inizio degli anni Venti del secolo passato, in Sicilia, nobili e proprietari terrieri erano già occupati a mantenere saldi i propri privilegi, messi apparentemente in discussione oltre mezzo secolo prima dalla cosiddetta unità d'Italia.
L'organizzazione del lavoro, la distribuzione dei redditi, e la qualità delle convenzioni sociali, erano già allora saldamente nelle mani di pochi ricchi, e il giovane imprenditore dell'Italia settentrionale si avviava a stringere un patto di ferro con i signori dell'agricoltura meridionale per irrobustire le traballanti istituzioni della nuova Italia: una sostanziale non aggressione economica poteva garantire pari prosperità agli industriali del Nord ed ai proprietari terrieri del Sud. Già da allora, dunque, ciò che contava era impegnare le rispettive forze al mantenimento di un sistema politico sostanzialmente sottomesso a quello economico.
“All'inizio degli anni Venti, in Sicilia, il 90% delle ricchezze era in mano al 10% della popolazione. Gli altri vivevano di stenti o di lavori durissimi e sottopagati. A fare da intermediari fra gli uni e gli altri, poi, c'erano i campirei e i gabellotti, ossia i resti delle milizie private dei latifondisti che garantivano (naturalmente con un proprio cospicuo guadagno) il trapasso di denari e beni dalle classi subalterne a quelle egemoni: erano in pochi, allora, a definire mafiosi questi individui. L’Italia, intesa come istituzione armonizzatrice della vita comune, era inesistente. Perciò i “poveri” erano sottomessi alle leggi dei “ricchi” dell'Isola, più che a quelle del Regno e di Roma. E chi non aveva beni propri per sopravvivere (quel 90% di popolazione che deteneva il 10% delle ricchezze) doveva accettare lavori massacranti per sfuggire a una disoccupazione diffusissima. Lì dove le miniere di zolfo erano presenti, gli adulti erano minatori e i ragazzini erano “carusi”, ossia addetti al trasporto del materiale dalle viscere della terra alla superficie per dieci, dodici ore al giorno. Lì dove esisteva solo la terra da coltivare, grandi e piccoli passavano tutte le loro ore a lavorare nei campi” (1).
Poi venne il fascismo.
E poi il fascismo passò, tanto nel sud quanto nel nord.
Cosa cambiò?
Nel sud “durò gli anni dal '24 al '29, quando a Palermo rimase il prefetto Cesare Mori, spedito nell'Isola da Mussolini per ristabilire l'ordine pubblico. Per combattere la mafia, in un certo senso. Cesare Mori, gendarme pignolo e dai modi spicci, organizzò grandi retate e mise in galera chiunque gli capitasse a tiro: si creò molti nemici e perciò alla fine fu rimosso. Non potendo battere la mafia, il fascismo preferì scenderci a patti: in cambio di un consenso di facciata delegò ai boss la gestione della vita sociale e delle ricchezze. Gli aristocratici latifondisti, in lotta con la storia dal 1860, accettarono di perdere qualche altro minimo privilegio pur di essere tenuti ancora una volta fuori dalla mischia” (2).

Anche nel nord, il fascismo finiva grazie agli americani, che erano venuti a cancellare gli incubi della guerra, così che ci fossero speranze nel futuro della nuova democrazia, e della Repubblica.

Subito però, attraverso l'imposizione di obblighi scolastici e militari, si incominciò a togliere forza-lavoro alle famiglie, e DA ALLORA QUESTA È LA CONDIZIONE DIVENUTA REGOLARE NELLA NOSTRA ITALIANISSIMA CULTURA DI STATO.

Solo attraverso l'abbandono dell'ignoranza, l’attuale cittadino gabbato e da sempre truffato da questi signori, potrà colmare i vuoti lasciati dallo Stato nel suo portafoglio. Non vi sono altre vie se non una costante opera “divulgativa” della verità del signoraggio monetario di questi signori. Va sottolineato che ciò è oggi possibile solo grazie ad Internet, dato che farlo attraverso la cultura istituzionale dell’educazione obbligatoria, sarebbe impensabile.
La rivoluzione è dunque “divulgare” i principi della ragione, nella speranza di scuotere le coscienze, di provocare modificazioni anche brusche nella conoscenza e nelle opinioni dei cittadini. Non vi sono altre vie: anche se la funzione sociale di questa rivoluzione finisse con l’andare a sbattere contro il solito “contesto” refrattario e ostile, sempre e comunque in grado di digerire e smorzare ogni slancio verso il rinnovamento, attraverso Internet le cose non potranno più essere smorzate, neanche dai “professionisti dell’antimafia” (per usare un termine di Leonardo Sciascia).

Ciò premesso, è indubbio che la percezione dell’attuale situazione socioeconomica di tutto il pianeta indica pertanto la necessità di pensare a un futuro in cui l’umanità dovrà risolvere, tramite la conquista sempre maggiore di tecnologie che permettono alle macchine di svolgere il lavoro umano, il problema del pane. E ciò non potrà avvenire se non attraverso una rivoluzione culturale epocale.
Questa rivoluzione culturale probabilmente avverrà con dolore, in quanto si sperimenterà che parallelamente ad una grande ricchezza, consistente in una sovra produzione di beni di consumo, non vi sarà però la capacità di poterli acquistare, perché aumentando la disoccupazione aumenterà sempre più il numero dei poveri. A quel punto ci si dovrà rendere conto dell’alienazione che avrà condotto ad una situazione così paradossale. La soluzione dovrà allora necessariamente arrivare dalla consapevolezza: rendersi conto che l’uomo non è tale in quanto lavoratore, ma lo è prima di tutto in quanto umano, e come tale, quando viene al mondo ha un unico diritto assoluto e inalienabile, e cioè il diritto alla vita. La rivoluzione culturale consisterà perciò innanzitutto nel SOSTITUIRE l’ottocentesco DIRITTO AL LAVORO col DIRITTO ALLA VITA del terzo millennio.
Questo riconoscimento comporterà perciò che ad ogni essere umano, dalla nascita alla morte, dovrà essere riconosciuto un reddito di cittadinanza, che gli consenta appunto, di soddisfare i suoi bisogni primari.
Non ci sarà più la schiavitù dell’accettazione obbligata di un lavoro, senza averlo potuto scegliere liberamente secondo il proprio talento ma solo sulla base del bisogno di mangiare. E dunque non si sarà più costretti a qualsiasi condizione imposta dal più forte.
Già oggi ci sarebbe la possibilità per lo Stato italiano di erogare ad ogni cittadino italiano il proprio reddito di cittadinanza, se solo si prelevassero le tasse dalla massa monetaria, anziché dai redditi del lavoro. Le tasse infatti hanno senso solo nella misura in cui forniscono al cittadino un reale servizio di assistenza sociale (o welfare, che dir si voglia) attraverso appunto, un reddito di sussistenza per tutti dalla nascita alla morte. Appena si nasce invece si ha già un debito di 50 mila euro. E questo è l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere innanzitutto se non vi fosse il signoraggio monetario, primo impedimento all’attuazione della sopra accennata fiscalità monetaria che dovrebbe sostituire la fiscalità reddituale attuale, ingiusta in quanto sperequativa.
IL PROBLEMA DEL COLPIRE SOLO ALCUNE CATEGORIE SOCIALI È DUNQUE QUELLO DI SEMPRE, MA SARÀ SEMPRE COSÌ FINCHÉ NON SI CAPIRÀ CHE IL PROBLEMA È SOLO ED ESCLUSIVAMENTE MONETARIO.

Allora al ministro Bersani andrebbero dette queste cose, più che criticarlo per azioni che, anche se pur molto parzialmente, esprimono una corretta tendenza. Capitalismo e comunismo nel futuro vivranno infatti in pace. Ogni essere umano possiede infatti un grande capitale: la vita. Ha la proprietà dei "mezzi di produzione": i suoi occhi, le orecchie, il cervello, i polmoni, il cuore, le braccia, le gambe, ecc... ed esercitandoli, sostentandoli, perfezionandoli, e conservandoli per sé, egli è capitalista; quando poi il suo capitale comincia a produrre prodotti, egli organizza questa produzione al fine di far trarre profitto dei suoi guadagni anche agli altri, dato che solo così la sua produzione è valida, vivificata, e vivifica, illumina, riscalda, e lui è diventato comunista.
In altre parole, non puoi essere comunista se prima non hai saputo essere capitalista per far fruttificare il tuo capitale. E non sei un buon capitalista se non distribuisci la tua ricchezza, dato che in questo caso ciò che possiedi ristagna e marcisce.
Il vero comunismo e il vero capitalismo vanno insieme, e sono assolutamente necessari entrambi per il buon funzionamento del mondo.
Certamente le condizioni attuali dell’economia non sono le più favorevoli per effettuare riforme che inevitabilmente colpiscono in particolar modo alcune categorie sociali. Ma è anche vero che, per contro, i cittadini tutti dovrebbero però beneficiare di tali liberalizzazioni. Posso dunque criticare senz’altro la loro insufficienza, ma non posso criticare la loro sensatezza. Lo stallo assoluto non è propizio, specialmente se gattopardesco. Un primo passo per muoversi dallo stallo ci vuole, anche se è incerto come quello di un bambino che inizia a camminare. Però, se vuoi imparare a stare in piedi e a camminare, la direzione è quella. Devi pure farlo il primo passo.

È certo che l’iniquità furbesca di chi pretende fare il primo passo combattendo i privilegi fuori da se stessi (attualmente Ciampi percepisce mezzo milione di euro l'anno!) col “decreto Bersani” è qualcosa da brividi. Eppure la tendenza è giusta… La correttezza di una tendenza al principio culturale di libertà di iniziativa resta infatti essenziale nell'attuazione di una liberalizzazione della stessa. Qui Bersani ha agito da economo (o da intellettuale astratto) ma col potere politico, e questa è infatti la sua ignoranza e colpa: essersi occupato di ciò che non gli compete in quanto politico (e in quanto politico deve occuparsi della Polis come Stato di diritto; solo chi infatti sa produrre beni reali sa occuparsi di economia reale).

Certamente sarebbe auspicabile che chi ci governa stringa un patto col Paese rinunciando ai propri privilegi politici a partire dai più grossi (cumulo di più pensioni e emolumenti per grand commis, dirigenti, ex presidenti senatori a vita, pensioni da nababbi, ecc.), ed è proprio questa la tendenza che dovrebbe competere ai politici: quella dell'uguaglianza degli uomini di fronte alla giustizia (Stato di diritto).
L'ambito della libertà è la cultura. L'ambito dell'uguaglianza è il diritto. L'ambito della fraternità è economia.
Libertà, uguaglianza, fraternità sono però principi che possono essere attuati solo quando si comprende il loro ambito di competenza, cioè il campo in cui possono vivere senza darsi fastidio.
Altrimenti si rischia di abbattere la libertà in nome della giustizia, o la giustizia in nome della libertà o dell'economia, ecc., per es., scambiando l'etica con la dietetica, o la cultura con la giustizia, o l'economia con l'etica, e così via: se per esempio un politico attua una liberalizzazione nel campo dell'economia attraverso un decreto è già in torto, perché dovrebbe casomai convincere la polis interessata, in merito alla giustezza di questo o quest'altra sua idea di liberalizzazione.
Solo in tale maniera questi ambiti sono tutti e tre armonizzabili fra loro
come articolazioni autonome di un organismo sociale per l'uomo (sabato per
l'uomo).
Ma (e qui casca l'asino) fino a quando andiamo a votare lupi incolti che non sanno neanche i congiuntivi, non c'è da meravigliarsi che costoro perdano il pelo ma non il vizio. Ecco perché secondo me la lotta non può che essere culturale.
La risoluzione dell’INCAPACITÀ CRONICA DELLE NOSTRE ISTITUZIONI A RIMUOVERE LE CONTRADDIZIONI ALLA BASE DEI PROPRI CONTINUI FALLIMENTI non ha altra via che questa rivoluzione del cittadino sovrano: la progressiva, paziente, e costante informazione circa l'epicheia cristiana riguardo ai signori del signoraggio e della tassazione: "Non chiamate nessuno Signore" è l'equivalente odierno del "Non sottostate al signoraggio", o della disobbedienza altamente civile di Thoreau: "Io mi rifiuto di pagare le tasse, il cui impiego ritengo destinato a scopi ingiusti e immorali" (Henry David Thoreau, "La disobbedienza civile", Ed. Acquarelli; per la lettura integrale del testo: http://uac.bondeno.com/afenice/thoreau/).
SENZA L'AZIONE DEL CITTADINO SOVRANO, LA NEGAZIONE DELLA RAGIONE E DELLA GIUSTIZIA CHE DERIVA DA TALE INCAPACITÀ, POTRÀ SOLO CONDURRE AL PRIMATO DELLA MORTE, dato che è, e sarà sempre più percepibile che ragione e giustizia non possono bastare a se stesse se costrette a dar morte per sopravvivere: se è vero, come fino a prova contraria è vero, che la salute di ogni Stato si chiama guerra, tentare di spiegare a se stessi perché un uomo possa dar morte a un altro uomo sarà pertanto la reale sfida culturale di ogni cittadino in nome della propria sovranità reale.
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(1) Nicola Fano, Prefazione in Leonardo Sciascia, “Fatti diversi di storia letteraria e civile”, Ed. l’Unità Sellerio).
(2) “Fatti diversi di storia letteraria e civile”, op. cit.

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